La versione di Barney

“La versione di Barney” è un romanzo scritto da Modercai Richler nel 1997. Si tratta di un’incredibile autodifesa del protagonista, Barney Panofsky, che ormai sessantasettenne e perseguitato da vuoti di memoria, si ritrova a scrivere per difendersi dalle pressanti accuse, rinvigorite dall’uscita del libro di un suo conoscente e nemico, Terry McIver, di aver assassinato il suo amico Boogie. Il libro si divide in tre nuclei, divisi ciascuno in base alla moglie di Barney: Clara (1950-52), la Seconda Signora Panofsky (1958-60), Miriam (1960- ).

In un ordine che apparentemente sembra cronologico, Richler racconta l’intera vita di Barney con balzi indietro continui a diverse fasi della sua vita: l’infanzia; la gioventù passata a Parigi dove conoscerà McIver, Boogie ma anche tanti altri pseudo-intellettuali (fra i quali la sua prima moglie, Clara); il suo ritorno in Canada e l’inizio della carriera nell’intrattenimento televisivo; il matrimonio con la Seconda Signora Panofsky e Miriam; il processo per l’omicidio di Boogie e alla fine la sua malattia, il morbo di Parkinson, che lo porterà lentamente alla morte.
In alcun passaggi Richler sembra ricalcare da vicino la propria vita (anche se egli stesso ha ripetutamente affermato che non si tratta della sua autobiografia sotto falso nome).

Abbandonandosi ai sommovimenti della sua memoria in un atipico flusso di coscienza (termine forse a sproposito), Barney inizia con le idee chiare e buoni propositi, per poi però inevitabilmente perdere il filo del suo discorso e ritrovarsi a parlare di tutt’altro. Di sicuro la sua memoria, che inizia a risentire dei sintomi del Parkinson, non aiuta, ma Richler è stato incredibilmente abile nel realizzare le associazioni, anche le più insignificanti, che nel nostro cervello avvengono in continuo. Da un aneddoto apparentemente inutile, che ricordiamo o viviamo nel presente, Barney riesce, nella maggior parte dei casi involontariamente, a ricollegare un altro evento o fatto, connesso al primo in modo esplicito o meno. Il racconto di Barney ci fa entrare a pieno diritto nella sua coscienza e nei suoi ricordi, attraverso i quali osserviamo la sua vita, ne critichiamo certi aspetti, ma alla fine non possiamo che ritrovarci uniti nella triste fine. La personalità del protagonista è molto imponente ed orgogliosa, mai si permette di rivedere il proprio giudizio e continua imperterrito in ogni sua decisione.

Barney è il ritratto stereotipato dell’ebreo maneggione, grottesco, scomodo, aspirante letterato che però riesce a ritagliarsi un certo affetto da parte del lettore (in alcuni aspetti ricorda un po’ il Woody Allen delle origini, ma molto più carnale e viscerale). È sì un ubriacone manesco, un violento pervertito, uno sfegatato tifoso di hockey, ma è anche vittima della vita e delle forze più grandi di noi, che entrano ogni giorno in gioco nella nostra esistenza.
Non ci si può ritrovare alla fine del libro se non con un sentimento di compassione e vicinanza per Barney. La sua misera condizione di malato, bisognoso di costante aiuto, inevitabilmente ci rattrista, nonostante non abbia quasi mai durante la sua vita meritano un epilogo migliore. Muore però con la sicurezza di non aver sbagliato ad amare follemente Miriam e i suoi tre figli, che sono sempre presenti con lo spirito durante tutto l’arco della scrittura delle “memorie”.

L’omicidio di Boogie, che ha segnato interamente la sua vita, tanto da determinare il divorzio dalla seconda moglie ma anche il matrimonio con Miriam, la donna della sua vita, alleggia costantemente nella coscienza del protagonista. Egli stesso non sa spiegarsi cosa sia successo e benché sembri, alla fine del libro, evidente la sua colpevolezza e lo stesso Richler non affermi esplicitamente la realtà dei fatti, ci si accorge che Barney è innocente, come egli stesso affermava. La sua versione dei fatti è però evidentemente instabile, nonostante sia vera. Barney arriva addirittura a dubitare di sé stesso e a pensare che si sia inventato tutto di sana pianta e che in verità Boogie lo abbia ucciso lui, con le sue mani. Nonostante ciò, vive costantemente con l’illusione, mascherata da sicurezza, che il suo amico possa da un giorno all’altro presentarsi a casa sua o al suo ufficio, di ritorno da un viaggio interminabile durato una vita, andando a distruggere l’incredibile castello di carte delle accuse nei suoi confronti.
Questo confine labile fra verità e finzione segue tutto il libro, che nei continui salti nel passato inserisce anche una irresistibile vena umoristica, che traccia una parte importante della personalità iconoclasta e caustica di Barney.
Tanti sono i temi che si affacciano nel libro: la critica alla cultura del consumo moderna e ai nuovi intellettuali di regime, l’alcolismo che distrugge vite, una velata critica politica ai movimenti indipendentisti canadesi, la famiglia come unico rifugio nelle tempeste, ma soprattutto la ricerca di un amore virtuoso ed unico, che Barney trova in Miriam.

Nel complesso un libro estremamente gradevole, non complesso e di facile lettura. Assolutamente consigliato per chi apprezza le vite sregolate alla ricerca di qualcosa di irraggiungibile, che si consumano nel viaggio, come potrebbero essere quelle raccontante da Kerouac, Ginsberg e i poeti/scrittori della Beat Generation (che lo stesso Richler conoscerà di persona durante il suo soggiorno a Parigi).