di n.z.
Gabriele Linari è regista della compagnia romana Labit e collabora con altre realtà produttive. Ha diretto: Amleto? Da Shakespeare (2000), La cantatrice calva di Eugène Ionesco (2003), La guerra spiegata ai poveri da Ennio Flaiano (2005).
Come definisci l'oggetto del tuo lavoro di regista?
Credo che un lavoro di regia (ovvero un lavoro in un modo o nell'altro "d'autore") non possa non avere come oggetto primario se stessi. Questo non nel senso di un mettersi in gioco di tipo "biografico". Il lavoro di regia è un fatto di punti di vista, un'assunzione di responsabilità totale sullo svolgersi degli eventi sulla scena. Dreyer, uno dei più grandi registi cinematografici di tutti i tempi, disse che il regista è colui che sposta gli oggetti nelle stanze, lasciandovi le sole cose che hanno un valore. Ebbene questo valore, ovvero la scala per misurarlo, è il nucleo dell'essere (o voler essere) regista. Si entra in una stanza e ci si relaziona con ogni tipo di oggetti (sentimenti, intrecci, relazioni, immagini); si cerca di capire ciò che ci appartiene e si inizia a giocare. La giusta disposizione di un attore, di una musica, di un accento particolare, la disposizione delle pause, dei ritmi... è tutto un fatto personale, un'immagine globale che si costruisce a poco a poco, con la complicità dell'attore e il contributo fondamentale del caso. Si tratta di costruire una stanza tutta per sé, fatta di ciò che si è realmente e in quel determinato momento. L'assurdo della regia teatrale è che, una volta completato l'arredamento, occorre abbandonare la stanza... per sentirsene quasi banditi. Ora è degli altri, di ogni spettatore, e ognuno, dentro di sé, vedendo lo spettacolo, mischierà nuovamente gli oggetti. È triste ed esaltante al tempo stesso. Un lavoro che ha come oggetto il Soggetto.
La regia è interpretazione del testo drammatico, progettazione dello spettacolo, direzione degli attori, coordinamento tra i diversi momenti e aspetti della messinscena e altro ancora: quale aspetto della funzione registica ti è più congeniale?
Sono due i momenti che amo di più: la progettazione e la fine dell'allestimento. Durante il primo (non misurabile) le idee sembrano inseguirsi. In questo momento c'è spazio anche per la sofferenza, quando le idee latitano o si rivelano non valide. Ma è un momento molto personale, in cui si crea uno strettissimo rapporto tra me e la materia che tratto, uno scambio continuo, un'invasione reciproca e costante. Poi con le prove capita spesso che tutto sembri crollare. L'impatto delle idee con quelle degli attori è frutto di forti sofferenze. È un momento in cui occorre avere sangue freddo e lasciar correre le cose: se l'idea è sincera ogni tradimento potrà solo giovare. Nel lungo percorso delle prove si finisce necessariamente col consumare - per così dire - gli spunti di partenza. Nasce passo per passo il nuovo corpus, che sarà lo spettacolo. L'arrivo a teatro è un nuovo momento, esaltante e faticoso, ma che racchiude in sé - problemi tecnici permettendo - la nuova essenza del lavoro. Tutto assume un'altra e più compiuta forma, tutto sembra tornare e per un attimo lo spettacolo mi sta davanti come qualcosa di non mio...sembrerà strano ma questa è la sensazione più piacevole: "vedere" il proprio spettacolo significa accorgersi che la stanza è pronta per essere abitata.
Quali registi, tra i grandi maestri del passato, ti sembrano ancora oggi capaci di ispirare il lavoro teatrale? E quali sono, a tuo giudizio, i maestri di oggi?
Credo che i grandi maestri del '900 abbiano dato tutti un contributo fondamentale, indimenticabile al giovanissimo lavoro del regista. Purtroppo a volte la lettura dei loro testi sulla regia lascia strascichi non voluti. I grandi Maestri sanno sempre di non poter "lasciare" nulla di duraturo ai posteri...perché loro stessi hanno vissuto l'arte in maniera inquieta, in progressione continua. Le parabole più contraddittorie credo debbano essere l'esempio più illuminante. Su tutti ricordo per me (per quanto possa apparire scontato) l'epopea teatrale di Stanislavskij, un uomo che al di là dell'uso che se ne fa oggi, non ha mai trovato "pace" per i suoi pensieri, che ha rivoluzionato la scena ma non ha mai mostrato indifferenza per le nuove suggestioni, inseguendo il reale e lasciandosi inseguire dal simbolico. Oggi il teatro sembra un po' povero di Maestri in questo senso. Il teatro non è più (ma spero torni ad essere) un fatto sociale totale, una profana emanazione del sacro, capace di individuare la storia e l'anima di una cultura. Il maestro è solo un capostipite, è il suo "lascito" che si dovrebbe sentire, non - come spesso accade - il peso del suo poter "lasciare".
Come immagini o prevedi la futura evoluzione del ruolo del regista? Credi possibile che esso sia sostituito, domani, da una nuova e differente figura?
Non penso sia possibile prevedere certe cose. Al momento credo ci sia ancora molto bisogno del Regista, dell'Autore. La corrente dilagante dei "solisti" sta facendo pensare alla necessità di un nuovo teatro d'attore... ma non è così, a mio parere. Si scrive e si crea, oggi, sempre per qualcuno o qualcosa, per ricordare un evento, per capovolgere i canoni...mai per indagare se stessi e il proprio tempo su un piano più alto, che esuli l'analisi del reale. Anche le prove che si vogliono più simboliche, più "off", rientrano ormai in un immaginario ordinario abusato, consunto già sul nascere. Lo scenario è desolante ma io confido nella vita inesauribile delle immagini e delle parole. questa è l'unica magia del teatro, che non ha bisogno di correnti, di gruppi, di cooperative o di movimenti. Ciò che serve al teatro è un uomo che "dica" e uno che ascolti, due "personae" che parlino della stessa cosa... ma senza essersi messi d'accordo prima.