Pornobboy di Babilonia Teatri, come un blog sulla scena
Uno più uno più uno uguale uno. Che il gruppo Babilonia Teatri avesse una sua grammatica era già dimostrato. Ora sappiamo che ha anche la sua aritmetica: chissà quante volte riusciranno a fare teatro riusando lo stesso efficace modulo, il coro parlato a tre voci che abbiamo ascoltato in Made in Italy (Premio Scenario 2007) e che ritroviamo ancora implacabile nel nuovo Pornobboy? Se il lavoro precedente attingeva a risorse linguistiche quotidiane, alla chiacchiera da bar, allo sfogo individuale, per costruire un testo di imbarazzante verità, Pornobboy saccheggia e getta nel frullatore la produzione mediatica e le cronache di questi anni, le Meredith e le Eluane, i Papi e Presidenti. Il risultato è forse più prevedibile, rispetto a quello di Made in Italy, ma convince lo stesso. L'uniformità della recitazione espone con crudezza la stupidità e il vuoto di senso del mondo fatto dalla televisione: spogliate dei lustrini le parole suonano volgari e inutili; e tutte uguali.
Degli attori (Enrico Castellani, Valeria Raimondi, Ilaria Delle Donne, i primi due anche autori) colpisce lo stato fisico: snocciolano il testo con violenza e sforzo, modulano la voce per dare colore, improntano striduli, drammatici contrappunti: ma dal collo in giù sono rilassati, le braccia restano distese, la postura è quotidiana.
Il tutto tiene grazie all'impietoso assunto di non risparmiare nulla agli spettatori, di non omettere nulla, di non cambiare mai marcia. È l'inflessibile misura ritmica a fare lo spettacolo. Tre voci sempre insieme secondo una vigorosa cadenza immutabile per tutto il tempo della rappresentazione. Chiaro che ogni minima variazione, ogni pausa (come quella, improvvisa e lunga, che scandisce lo spettacolo a due terzi della durata) diventa sorpresa, accende il pathos, dà una piccola scossa: per poi rifluire nella corrente del ritmo.
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