Il neo-fascismo, Pasolini e il ’68

Circa quarantacinque anni fa sul Corriere della Sera, Pier Paolo Pasolini scriveva un pezzo dal titolo «Contro i capelli lunghi», che raccontava di un suo incontro a Praga con due ragazzi dai capelli lunghi nel lontano 1966. All’infuori dell’evento in sé, raccontato magistralmente dalla penna del letterato friulano (e del quale abdico a raccontarlo, invitandovi a leggerlo integralmente nei suoi “Scritti corsari”), mi ha stupito particolarmente un’analisi, che riprendo ed articolo in due punti.

Innanzitutto riferendosi ad un discorso, metafisico e allo stesso tempo lirico, fatto dai lunghi capelli dei due giovani “rivoluzionari”, Pasolini scrive:

«La civiltà consumistica ci ha nauseati. Noi protestiamo in modo radicale. Creiamo un anticorpo a tale civiltà, attraverso il rifiuto. […] Creiamo nuovi valori religiosi nell’entropia borghese, proprio nel momento in cui stava diventando perfettamente laica ed edonistica. Lo facciamo con un clamore e una violenza rivoluzionaria perché la nostra critica verso la nostra società è totale ed intransigente».

Riassunti in poche righe, si riescono a trovare numerosi ideali che due anni dopo avrebbero mosso le grandi proteste (e i grandi successi) del ’68, indirizzate ad una e vera propria rivoluzione sociale, proprio quando la spinta marxista, specialmente quella legata ai movimenti operai, stava affievolendosi. I giovani, come i due capelloni raccontati da Pasolini, si ribellano ad una società di cui disprezzano i valori, tentando di creare un’alternativa, basata su una nuova Morale e su nuovi Valori. Ribellandosi e non accettando tale società sviluppano degli anticorpi; i quali difendono lo Studente, il Ribelle dall’universo sociale, morale e culturale precedente, tagliando radicalmente, senza nessuna possibilità di recupero, i legami con la generazione precedente.

Ed è proprio qui che il ’68 manifesta il suo errore implicito: la totale incapacità di “ammazzare” dialetticamente i padri; la semplice ma altrettanto drastica rottura di qualsiasi legame con le generazioni precedenti; l’incapacità di muovere, avanzare rispetto ai padri dal punto di vista morale, politico e culturale.

I ragazzi e le ragazze del ’68 sono la prima generazione adulta dopo la terribile guerra e il Fascismo. La prima generazione a non aver direttamente sperimentato sulla propria pelle i dolori e l’odio del regime mussoliniano. Pasolini poco dopo scrive:

«La condanna radicale e indiscriminata che essi (i ragazzi “rivoluzionari”, ndr) hanno pronunciato contro i loro padri – che sono la storia in evoluzione e la cultura precedente – alzando contro di essi una barriera insormontabile, ha finito con l’isolarli, impedendo loro, coi loro padri, un rapporto dialettico. Ora, solo attraverso tale rapporto dialettico – sia pur drammatico ed estremizzato – essi avrebbero potuto avere reale coscienza storica di sé, e andare avanti, «superare» i padri. Invece l’isolamento in cui si sono chiusi – come in un mondo a parte, in un ghetto riservato alla gioventù – li ha tenuti fermi alla loro insopprimibile realtà storica: e ciò ha implicato – fatalmente – un regresso. Essi sono in realtà andati più indietro dei loro padri, risuscitando nella loro anima terrori e conformismi, e, nel loro aspetto fisico, convenzionalità e miserie che parevano superate per sempre».

Al cinquantesimo di quel anno, penso sia sacrosanto poter iniziare il discorso per un vero giudizio storico. Nel mio piccolo, penso che Pasolini ci abbia visto molto lungo, specie vedendo quello che sta succedendo in questi giorni, con la rinascita di movimenti neo-fascisti, se non addirittura nazisti. La generazione del ’68, abdicando al dialogo con i genitori (e più in generale con i padri), ha eliminato quella coscienza storica di tremendi avvenimenti, che invece le generazioni precedenti avevano vissuto. Per questo oggi vediamo il riaffiorire di forze evidentemente di ispirazione fascista. Mancando un vero e proprio metro di giudizio in gran parte della popolazione italiana non si è più in grado di riconoscere l’avanzare di tali ideologie. Mai più forte che oggi, in tutta Italia, ma anche nel mondo, la destra (non semplicemente conservatrice, gaullista, liberale) xenofoba ed intollerante si sta espandendo, proprio perché non si hanno più metri di paragone, per via di questo rapporto interrotto dalle generazioni sessantottine con quelle precedenti. Non si è saputo trarre una lezione concreta dalla Storia vissuta da intere generazioni precedenti al ’68.

Evidentemente il ’68 ha anche portato una ventata di novità incredibili e molto di quello che oggi si considera normale, o comunque non condannabile, sarebbe ancora un tabù, se non anche illegale (basti pensare al divorzio, all’aborto, arrivando fino ai matrimoni fra omosessuali e oltre); ma, come chiaramente ci esplica Pasolini, sono state anche poste le basi, purtroppo negative, della società attuale. Pasolini ci vide molto bene, allora. E mai come oggi i suoi scritti sono un vero e proprio faro nella fanghiglia culturale e politica moderna. Abbiamo ancora bisogno di lui, molto bisogno.

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